Temperatura in ufficio e normativa: perche’ il comfort termico non e’ un numero

In short: Il D.Lgs. 81/2008 non fissa gradi: chiede una temperatura adeguata.Come si progetta e si verifica davvero il comfort termico di una sede direzionale.

📅 Luglio 30, 2026  •  ⏱️ 12 min read


Di tutti i parametri ambientali di una sede direzionale, la temperatura è l’unico che genera conflitto fra le persone. Sull’acustica ci si lamenta, sulla luce ci si adatta in silenzio; sulla temperatura si discute, si negozia, si aprono finestre di nascosto e si tengono cardigan sulla sedia tutto l’anno. È l’unico parametro in cui la soddisfazione di qualcuno può coincidere con il disagio di qualcun altro nello stesso identico ambiente.

Ed è anche l’unico su cui il legislatore, dopo averlo classificato come agente fisico soggetto a valutazione del rischio, si rifiuta deliberatamente di indicare un numero. Non è una lacuna normativa: è una presa d’atto tecnica. Un valore di temperatura, da solo, non descrive nulla di ciò che una persona sente. Capire perché è il modo più rapido per smettere di litigare sul termostato e cominciare a progettare.

La legge non dice quanti gradi, e ha le sue ragioni

Il quadro italiano si articola su due livelli, come per gli altri parametri ambientali. L’Allegato IV del D.Lgs. 81/2008, al punto 1.9, stabilisce che la temperatura nei locali di lavoro debba essere adeguata all’organismo umano durante il tempo di lavoro, tenuto conto dei metodi di lavoro applicati e degli sforzi fisici imposti ai lavoratori, e aggiunge che nel giudizio si deve tener conto dell’influenza esercitata dal grado di umidità e dal movimento dell’aria. Il Titolo VIII classifica poi il microclima fra gli agenti fisici e ne rende obbligatoria la valutazione del rischio, rimandando per i criteri alle norme di buona tecnica.

Quel rimando è il punto. La norma tecnica di riferimento per gli ambienti cosiddetti moderati — uffici, sale riunioni, spazi direzionali — è la UNI EN ISO 7730, aggiornata nella versione italiana nel 2026. E quella norma non risponde alla domanda “quanti gradi” perché la domanda, formulata così, non ha risposta: la sensazione termica di una persona non dipende dalla temperatura dell’aria, ma da sei variabili che agiscono insieme.

Quattro sono ambientali: la temperatura dell’aria, la temperatura media radiante delle superfici che circondano la persona, l’umidità relativa e la velocità dell’aria. Due sono individuali: il livello di attività metabolica e la resistenza termica dell’abbigliamento. Il termostato a parete ne misura una sola, e non è nemmeno quella che pesa di più.

Perché la temperatura radiante conta più del termostato

Il corpo umano non scambia calore soltanto con l’aria che lo circonda. Ne scambia, per irraggiamento, con tutte le superfici che vede: la facciata vetrata alle spalle, il pilastro esterno, il controsoffitto, il pavimento. Una postazione affacciata su una vetrata fredda in gennaio si trova in condizioni termiche sensibilmente diverse da una postazione identica collocata al centro del piano, anche con lo stesso identico valore sul display del termostato. In estate, con la stessa vetrata soggetta a carico solare, lo scarto si inverte e si amplifica.

È la ragione tecnica per cui la maggior parte delle segnalazioni di disagio termico in una sede non si risolve modificando il valore impostato. Il valore impostato è spesso corretto. Ciò che è sbagliato è la distribuzione: dove sono le persone rispetto alle superfici, alle bocchette e ai carichi. Ed è anche la ragione per cui le prestazioni dell’involucro e la dotazione impiantistica di base andrebbero lette insieme al layout fin dalla fase di valutazione dell’immobile, quando si esaminano le categorie di consegna descritte nel glossario del fit-out per chi negozia una nuova sede: la climatizzazione di base rientra normalmente nella dotazione a carico della proprietà, la distribuzione delle persone no.

Il modello che decide: PMV e PPD

Per rendere calcolabili le sei variabili, la norma adotta un modello sviluppato da P.O. Fanger negli anni Sessanta e Settanta al Politecnico di Danimarca. La ISO 7730 lo formalizza in due indici: il PMV, che predice il voto medio di sensazione termica di un ampio gruppo di persone su una scala da meno tre a più tre, e il PPD, che stima la percentuale di persone termicamente insoddisfatte. La stessa norma definisce inoltre criteri separati per il disagio locale — asimmetria radiante, correnti d’aria, differenza verticale di temperatura, pavimenti caldi o freddi — e precisa che quelle percentuali non vanno sommate a quella globale.

Le categorie di qualità dell’ambiente termico discendono da lì. La categoria più alta richiede un PMV compreso fra meno zero virgola due e più zero virgola due, con meno del sei per cento di insoddisfatti; la categoria intermedia, quella normalmente adottata come riferimento progettuale e richiamata anche dai criteri ambientali minimi, ammette un PMV fra meno zero virgola cinque e più zero virgola cinque con meno del dieci per cento di insoddisfatti.

Qui si nasconde il dato più interessante di tutta la materia, e quasi nessuno lo racconta. La funzione che lega i due indici è tale che, anche in condizioni di neutralità termica perfetta — con PMV esattamente pari a zero — il PPD non scende sotto il cinque per cento. Il modello, cioè, dichiara nella propria formula che la soddisfazione universale non è raggiungibile. Non è un limite dell’impianto: è un’affermazione sulla varietà umana, scritta dentro la norma.

Ne discende il claim che riassume l’intero problema: il comfort termico non è un numero, è una distribuzione. Progettare significa decidere quanto è larga quella distribuzione e chi finisce nelle sue code, non cercare il grado giusto.

Chi finisce nelle code

La domanda successiva è inevitabile: quel cinque per cento irriducibile è distribuito a caso, oppure colpisce sistematicamente le stesse persone? È il punto su cui la letteratura si è divisa, e vale la pena raccontarlo per intero, perché in rete circola quasi sempre in versione semplificata.

Nel 2015 due ricercatori dell’Università di Maastricht hanno pubblicato su Nature Climate Change un’osservazione che ha avuto vasta eco. I regolamenti sul clima interno si basano su un modello di comfort empirico sviluppato negli anni Sessanta, e i valori standard di una delle sue variabili principali — il tasso metabolico — sono riferiti a un uomo medio, con una possibile sovrastima del metabolismo femminile fino al trentacinque per cento. La lettura giornalistica che ne è seguita è nota: il termostato sarebbe tarato contro le donne.

La replica tecnica non si è fatta attendere. ASHRAE, l’organizzazione che cura lo standard statunitense equivalente, ha contestato pubblicamente quella lettura, osservando fra l’altro che gli standard lavorano su intervalli e non su un singolo punto. E la letteratura successiva è genuinamente eterogenea: alcuni studi rilevano differenze significative di sensazione termica fra uomini e donne, altri le trovano molto ridotte quando i campioni sono confrontabili per caratteristiche fisiche e attività.

Sui dati di campo, però, un elemento ricorre con notevole costanza. Una rassegna della letteratura sul comfort termico e la percezione individuale della qualità ambientale riporta che, a parità di condizioni, le donne risultano insoddisfatte del clima interno con frequenza sensibilmente maggiore rispetto agli uomini, e che negli uffici la quota di chi dichiara di sentire freddo in modo fastidioso su base settimanale o più frequente è del quaranta per cento fra le donne contro il sedici per cento fra gli uomini. Sono differenze di soddisfazione dichiarata, non di prestazione misurata, e come tali vanno riportate.

Sul versante della prestazione cognitiva esiste un esperimento di laboratorio molto citato: oltre cinquecento partecipanti sottoposti a compiti matematici, verbali e di riflessione cognitiva a temperature manipolate sperimentalmente, con risultati migliori per le donne alle temperature più alte e per gli uomini a quelle più basse nei compiti matematici e verbali, e nessun effetto sul compito di riflessione cognitiva per nessuno dei due gruppi. Gli autori stessi segnalano il limite: il campione era costituito da studenti universitari di un unico ateneo, quindi un gruppo demograficamente omogeneo, e gli effetti potrebbero variare in altre popolazioni.

La conclusione onesta è meno spettacolare del titolo che circola, e più utile. Discutere quale gruppo sia sistematicamente sfavorito è meno produttivo che riconoscere il fatto strutturale: un impianto governato da un solo valore, applicato a una popolazione eterogenea per fisiologia, età, abbigliamento e attività, lascerà sempre una quota di persone fuori. Il progetto non può eliminare quella quota. Può però ridurla, e soprattutto può evitare di ampliarla per ragioni evitabili.

Il disagio locale, quello che nessuno misura

Le ragioni evitabili hanno quasi sempre un nome tecnico preciso, e appartengono alla famiglia del disagio locale. La corrente d’aria fredda che colpisce nuca e caviglie da una bocchetta mal orientata. La stratificazione verticale in uno spazio a doppia altezza, con i piedi in una temperatura e la testa in un’altra. L’asimmetria radiante di una vetrata o di un pilastro non isolato. Il pavimento freddo di un piano su pilotis.

Sono condizioni che la norma tratta separatamente e con criteri propri, perché una persona può trovarsi in un ambiente globalmente neutro e provare comunque un disagio netto e localizzato. Nella pratica quotidiana di una sede è da qui che nasce la maggioranza delle segnalazioni: non dal valore impostato, ma da dove è stata messa quella scrivania rispetto a quella bocchetta. È anche il motivo per cui la scelta di collocare le postazioni si porta dietro conseguenze termiche esattamente come se ne porta di acustiche, tema che abbiamo trattato parlando di riservatezza acustica in ufficio, e di luminose, come nel caso dell’illuminazione a norma e della luce che arriva davvero all’occhio.

L’altra strada: il modello adattivo e il valore del controllo

Accanto all’approccio analitico esiste un secondo criterio, previsto dalla UNI EN 16798-1 per gli edifici non dotati di impianto di raffrescamento: il criterio adattivo. Invece di fissare una condizione ottimale calcolata, riconosce che l’intervallo di temperatura operativa accettabile si sposta in funzione della temperatura esterna dei giorni precedenti, perché le persone si acclimatano, cambiano abbigliamento e modificano il proprio comportamento.

Sotto quel criterio c’è un principio che vale ben oltre il suo ambito di applicazione formale, e che è forse la lezione più utile dell’intera materia: la tolleranza aumenta quando aumenta il controllo. Chi può aprire una finestra, orientare una bocchetta, regolare una tenda o spostarsi in un ambiente diverso accetta un intervallo di condizioni molto più ampio di chi subisce un valore deciso altrove e inaccessibile. Non è soltanto fisiologia, è percezione di agentività — e in una sede direzionale è una variabile di progetto, non un accessorio impiantistico.

Progettare la distribuzione, non il setpoint

Il metodo che ne deriva si regge su quattro decisioni, tutte da prendere prima che il layout si consolidi. La prima è la zonizzazione per esposizione: piani con affacci diversi hanno carichi diversi e non possono condividere una sola logica di regolazione, per quanto sofisticato sia il sistema di controllo. La seconda è la relazione fra postazioni e terminali: nessuna scrivania fissa direttamente sotto una bocchetta di mandata, e attenzione particolare alle prime file lungo le facciate.

La terza è il trattamento delle superfici che generano asimmetria: prestazioni dei vetri, schermature, isolamento dei ponti termici. È lavoro sull’involucro, non sull’impianto, e per questo va discusso quando si valuta l’immobile e non quando si sceglie il diffusore. La quarta è la distribuzione del controllo: prevedere ambienti e postazioni in cui la persona possa esercitare una regolazione locale, anche minima, e distribuire nel piano una varietà termica anziché inseguire l’uniformità perfetta. Un piano leggermente vario offre alle persone la possibilità di scegliere; un piano perfettamente uniforme la nega a tutti allo stesso modo.

Resta la verifica, che è il passaggio dove la maggior parte dei progetti si accontenta. Un collaudo impiantistico misura la temperatura dell’aria in condizioni nominali e conclude. Una verifica coerente con quanto descritto qui misura le grandezze che il modello richiede — aria, radiante, umidità, velocità — nelle posizioni realmente occupate, all’altezza di una persona seduta, in stagioni diverse e con l’edificio pieno. È una domanda che appartiene alla fase di consegna, insieme a tutte le altre che distinguono un ufficio finito da un ufficio pronto, ed è il terreno su cui i protocolli volontari e i criteri ambientali si spingono oltre l’obbligo di legge, come ricordiamo parlando di certificazioni in edilizia e di cosa certificano davvero.

La domanda utile da portare al tavolo tecnico, dunque, non è a quanti gradi terremo gli uffici. È un’altra: quante persone stiamo accettando di lasciare fuori, e stiamo facendo tutto il possibile perché non siano sempre le stesse?

Il rapporto fra ambiente costruito, fisiologia e prestazione umana è il terreno di ricerca su cui lavoriamo da anni: UP150 MAG raccoglie i risultati del protocollo sviluppato con l’Università degli Studi di Milano. E se stai valutando un immobile o definendo il brief della prossima sede, scrivici: leggere insieme involucro, esposizioni e layout prima che il disegno si fissi è il momento in cui il comfort termico costa meno ed è ancora modificabile.

Domande frequenti

A quanti gradi deve stare un ufficio per legge?

La normativa italiana non fissa un valore numerico obbligatorio. Il D.Lgs. 81/2008 richiede che la temperatura sia adeguata all’organismo umano tenendo conto dei metodi di lavoro e degli sforzi imposti, e considerando l’influenza di umidità e movimento dell’aria. Il microclima è classificato fra gli agenti fisici soggetti a valutazione del rischio, con rimando alle norme tecniche di buona pratica per i criteri di valutazione.

Che cosa sono gli indici PMV e PPD?

Il PMV è il voto medio previsto di sensazione termica di un ampio gruppo di persone, espresso su una scala da meno tre a più tre dove lo zero rappresenta la neutralità. Il PPD è la percentuale prevista di persone termicamente insoddisfatte e si ricava dal PMV. Sono definiti dalla norma UNI EN ISO 7730 e costituiscono il riferimento per la valutazione del comfort termico negli ambienti moderati.

È possibile soddisfare tutti sulla temperatura?

No, e lo afferma il modello stesso. La relazione fra i due indici è tale che anche in condizioni di neutralità termica perfetta la percentuale prevista di insoddisfatti non scende sotto il cinque per cento. L’obiettivo progettuale realistico non è la soddisfazione universale, ma la riduzione della quota di insoddisfatti e la possibilità per le persone di esercitare un controllo locale.

Perché in ufficio si sente freddo anche con il termostato a una temperatura corretta?

Perché la temperatura dell’aria è solo una delle sei variabili che determinano la sensazione termica. Contano anche la temperatura delle superfici circostanti, l’umidità, la velocità dell’aria, il livello di attività e l’abbigliamento. Le cause più frequenti sono il disagio locale — correnti d’aria da una bocchetta, asimmetria radiante verso una vetrata fredda, stratificazione verticale, pavimenti freddi — che la norma tratta con criteri separati rispetto al comfort globale.

Che cos’è il modello adattivo del comfort termico?

È un criterio alternativo, previsto per gli edifici non dotati di impianto di raffrescamento, secondo il quale l’intervallo di temperatura operativa accettabile varia in funzione dell’andamento della temperatura esterna nei giorni precedenti. Riconosce che le persone si acclimatano e modificano abbigliamento e comportamento, e che la tolleranza aumenta quando aumenta la possibilità di intervenire sul proprio ambiente.

Massimiliano Notarbartolo

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