Carbonio incorporato negli uffici: dal 2028 si misura l’edificio, non gli interni

In short: Dal 2028 il GWP di ciclo di vita entra nell'attestato energetico. Ma il calcolo riguarda l'edificio come costruito: il carbonio degliinterni resta fuori dal numero

📅 Luglio 27, 2026  •  ⏱️ 11 min read


La conversazione sulla decarbonizzazione degli edifici direzionali riguarda quasi sempre le stesse cose: l’involucro, l’impianto, la classe energetica, i consumi. Sono le emissioni operative, quelle che l’edificio produce mentre funziona, ed è giusto che occupino la scena perché per decenni sono state l’unica voce misurata.

Esiste però una parte dell’edificio che viene rifatta più volte nell’arco di vita dell’involucro che la contiene: gli interni. Partizioni, controsoffitti, pavimenti sopraelevati, terminali impiantistici, finiture, arredo. Hanno un carbonio proprio, prodotto ogni volta che quel ciclo si ripete, e hanno una caratteristica che vale la pena conoscere prima che diventi un problema di rendicontazione: quel carbonio resta quasi interamente fuori dal numero che la normativa sta per iniziare a stampare.

Che cosa cambia dal 2028

La direttiva europea sulla prestazione energetica nell’edilizia, nella versione rifusa del 2024, introduce un parametro che finora era volontario: il potenziale di riscaldamento globale calcolato sull’intero ciclo di vita dell’edificio, il GWP. Il valore va calcolato e reso noto nell’attestato di prestazione energetica a partire dal 1° gennaio 2028 per i nuovi edifici con superficie utile superiore ai mille metri quadrati, e dal 1° gennaio 2030 per tutti i nuovi edifici. Entro il 2027 gli Stati membri devono inoltre pubblicare una tabella di marcia nazionale che introduca valori limite progressivi.

La metodologia non è più in discussione. Il regolamento delegato che sostituisce l’allegato III della direttiva è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale europea nel maggio 2026 e stabilisce i requisiti minimi per il calcolo del GWP, da eseguire secondo le parti pertinenti della norma EN 15978, dedicata alla valutazione della prestazione ambientale degli edifici. Il quadro serve a rendere i risultati confrontabili fra Paesi diversi, evitando che ciascuno sviluppi una propria contabilità.

Due dettagli di quel regolamento contano più di quanto sembri, e sono il motivo per cui questo articolo esiste. Il primo: il periodo di studio di riferimento per il calcolo è fissato a cinquant’anni, come convenzione di confronto e non come vita utile presunta. Il secondo: il GWP riportato nell’attestato riflette lo stato dell’edificio come costruito.

Il numero che entra in certificato non è il numero che riguarda una sede

“Come costruito” significa alla consegna. Fotografa la struttura, l’involucro, gli impianti e le finiture presenti in quel momento, proiettati su cinquant’anni convenzionali. Tutto ciò che accade dentro quell’involucro negli anni successivi — il primo allestimento di un conduttore, il rifacimento quando l’organizzazione cambia, quello del conduttore che verrà dopo — non compare in quel valore.

Non è una lacuna della direttiva: è la conseguenza del suo oggetto, che è l’edificio come bene immobile e non l’uso che se ne fa. Ma per un’azienda che sta allestendo o rifacendo la propria sede la conseguenza è concreta. Il carbonio del progetto su cui sta effettivamente decidendo non sarà misurato da nessun obbligo, non comparirà in nessun certificato e non verrà quantificato da nessuno — a meno che non sia lei a chiederlo.

Ed è un carbonio che pesa in modo sproporzionato rispetto alla percezione comune, perché si concentra quasi tutto in due momenti brevi e ravvicinati: la produzione e l’installazione dei materiali all’inizio, il loro smaltimento alla fine. Nel mezzo, a differenza dell’involucro, gli interni non consumano quasi nulla di proprio.

Chi invece lo misura, e con quale orizzonte

Il mondo professionale che si occupa di contabilità del carbonio ha affrontato la questione prima del legislatore. La seconda edizione dello standard RICS per la valutazione del carbonio di ciclo di vita, pubblicata nel 2023, ha ampliato il proprio ambito: dove la versione precedente si concentrava soprattutto sugli uffici, quella attuale copre tutte le tipologie di edificio e include esplicitamente retrofit, ristrutturazione e fit-out.

Il passaggio più istruttivo, però, riguarda l’orizzonte temporale scelto. Per un intervento di fit-out autonomo, che non tocca la struttura e l’involucro, lo standard raccomanda di adottare un periodo di studio di riferimento di dieci anni, con la motivazione esplicita di rendere visibili gli scarti associati ai cicli brevi di allestimento e di far emergere il beneficio di strategie più sostenibili.

Accostare i due numeri restituisce l’intera questione in una riga. La norma misura l’edificio su cinquant’anni; lo standard professionale misura ciò che sta dentro su dieci. Nella stessa struttura, la contabilità ufficiale registra un ciclo mentre la realtà ne produce diversi, e nessuno di quelli successivi al primo lascia traccia nel certificato.

Dove sta davvero il carbonio di un allestimento

Le voci si distribuiscono in modo abbastanza prevedibile, ed è utile conoscerle perché indicano dove intervenire. Ci sono le partizioni e i controsoffitti, che valgono per superficie e per densità di materiale. C’è il pavimento sopraelevato, spesso rifatto senza una vera necessità tecnica. Ci sono i terminali impiantistici, che seguono il layout e vengono ridisegnati a ogni riconfigurazione. Ci sono le finiture e i rivestimenti. C’è l’arredo, che nella contabilità professionale viene distinto fra ciò che è integrato nell’edificio e ciò che è mobile e non lo è.

Su questo punto il vocabolario del settore fa un servizio utile a chi deve decidere. Quando si negozia una sede si distingue fra la dotazione di base a carico della proprietà e l’allestimento specifico del conduttore: è la distinzione che abbiamo descritto nel glossario del fit-out per chi negozia una nuova sede. Quella stessa linea separa anche due destini diversi dal punto di vista delle emissioni. La dotazione di base viene installata dalla proprietà, spesso rimossa dal primo conduttore e reinstallata dal successivo. È il paradosso a più alta intensità di carbonio dell’intero settore, e non dipende da una scelta tecnica: dipende da una prassi contrattuale.

Il momento della rimozione merita attenzione quanto quello dell’installazione. Uno smontaggio condotto come demolizione produce materiale misto, difficile da destinare al recupero; uno smontaggio selettivo separa i flussi e rende possibile il riutilizzo. Sono due cantieri diversi, con logiche diverse, e in un edificio occupato da altri conduttori la differenza si sente anche nella gestione quotidiana — un tema che abbiamo affrontato parlando del cantiere che non deve farsi sentire.

Il quadro italiano: che cosa dicono i CAM, e a chi si applicano

In Italia esiste già uno strumento che parla questa lingua, ed è più dettagliato di quanto la sua reputazione suggerisca: i Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia, introdotti con il decreto del giugno 2022. Prescrivono percentuali minime di contenuto riciclato per numerose famiglie di materiali e, soprattutto, stabiliscono che quella percentuale vada dimostrata con mezzi di prova precisi. Lo strumento indicato è la Dichiarazione Ambientale di Prodotto, ossia una EPD di tipo III conforme alle norme UNI EN ISO 14025 e UNI EN 15804, che nella redazione dello studio LCA raccoglie informazioni dettagliate sulla provenienza delle materie prime distinguendo fra materiale vergine, riciclato pre-consumo e riciclato post-consumo. Le autodichiarazioni non certificate non sono più un mezzo di prova valido.

I criteri affrontano inoltre due concetti che nel nostro campo valgono molto: la disassemblabilità dei sistemi costruttivi e la demolizione selettiva finalizzata al riutilizzo, al riciclo e al recupero, con l’obbligo per il progettista di redigere un piano dedicato ai rifiuti da costruzione e demolizione.

Va detto con chiarezza, però, a chi si applicano: i CAM sono obbligatori negli appalti pubblici, non nei contratti privati. Per una sede aziendale non costituiscono un vincolo. Costituiscono qualcosa di diverso e forse più utile: il capitolato ambientale più dettagliato e verificabile disponibile in italiano, che un committente privato può decidere di richiamare nel proprio contratto. Per un’organizzazione che rendiconta la propria sostenibilità, adottarli volontariamente significa dotarsi di requisiti già scritti, già misurabili e già dotati di mezzi di prova riconosciuti.

Le quattro decisioni che spostano il numero

La prima riguarda ciò che si conserva. È di gran lunga la leva più efficace e la meno praticata: ogni controsoffitto mantenuto, ogni pavimento sopraelevato riutilizzato, ogni terminale impiantistico riadattato invece che sostituito sottrae emissioni che nessuna scelta di materiale successiva potrà compensare. La domanda da porre all’inizio non è quali prodotti a basso impatto specificare, ma quanto dell’esistente può restare dov’è.

La seconda riguarda ciò che si specifica. Qui il criterio non è l’aggettivo — sostenibile, green, naturale — ma il documento: esiste una EPD per questo prodotto, qual è il contenuto riciclato dichiarato, con quale metodologia è calcolato. È una verifica che si fa in fase di capitolato e che va scritta nei documenti contrattuali, non lasciata alle schede commerciali dei fornitori.

La terza riguarda il modo in cui le cose vengono unite, ed è quella di cui non parla quasi nessuno perché i suoi effetti non ricadono su questo progetto. Un sistema montato a secco, con giunzioni reversibili e componenti separabili, può essere smontato; un sistema incollato, sigillato o annegato può solo essere demolito. La scelta si compie oggi, il conto lo paga il ciclo successivo. È l’unica decisione del processo che determina il carbonio di un intervento che non abbiamo ancora progettato.

La quarta riguarda la fine, e va decisa all’inizio. Prevedere fin dal capitolato uno smontaggio selettivo, la separazione dei flussi, la destinazione di ciò che può essere riutilizzato o rigenerato, e la documentazione di quanto è stato installato — dove, di che materiale, con quale sistema di fissaggio. Quest’ultima parte appartiene alla consegna della sede insieme a tutto il resto, ed è una delle informazioni che distinguono un ufficio finito da un ufficio pronto: chi arriverà fra dieci anni saprà cosa sta smontando soltanto se qualcuno lo avrà scritto.

Perché ce ne occupiamo

Il rapporto fra prestazione dell’edificio e impatto della trasformazione degli interni è uno dei filoni su cui lavoriamo con il mondo della ricerca: DEDALO è il progetto che abbiamo sviluppato con studenti del Politecnico federale di Zurigo sul retrofitting a neutralità di carbonio, e nasce dalla convinzione che l’intervento sull’esistente sia il terreno decisivo della decarbonizzazione, non un ripiego rispetto alla nuova costruzione.

Vale la pena chiudere con la stessa cautela che abbiamo usato negli altri articoli di questa serie. Nessuna di queste decisioni produce un numero garantito, perché il calcolo dipende dai dati disponibili sui prodotti effettivamente impiegati e i database di riferimento sono ancora disomogenei. Ciò che le rende utili non è la promessa di un risultato, ma il fatto che siano verificabili: una EPD si può leggere, un giunto reversibile si può smontare, un piano di smontaggio selettivo si può controllare in cantiere. È il tipo di rigore che applichiamo anche quando parliamo di certificazioni in edilizia e di cosa certificano davvero, e che ci ha portato a trattare allo stesso modo parametri apparentemente distanti come il comfort termico di una sede.

La domanda utile da portare al tavolo, quindi, non è se la nuova sede sarà sostenibile. È un’altra: di questo allestimento, quanto potrà essere smontato invece che demolito, e chi lo saprà quando arriverà il momento?

Il rapporto fra ambiente costruito, prestazione umana e impatto ambientale è il terreno di ricerca su cui lavoriamo da anni: UP150 MAG raccoglie i risultati del protocollo sviluppato con l’Università degli Studi di Milano. E se stai valutando un immobile o definendo il brief della prossima sede, scrivici: la quota di esistente che si può conservare si decide all’inizio del processo, quando è ancora una variabile di progetto.

Domande frequenti

Che cos’è il carbonio incorporato di un edificio?

È l’insieme delle emissioni di gas serra legate all’approvvigionamento, alla produzione, al trasporto e all’installazione dei materiali e dei componenti che costituiscono l’opera, comprese le emissioni di manutenzione, riparazione, sostituzione e fine vita. Si distingue dalle emissioni operative, che derivano dal consumo di energia e acqua durante l’uso quotidiano dell’edificio.

Dal 2028 sarà obbligatorio calcolare il carbonio degli edifici?

La direttiva europea sulla prestazione energetica prevede che il potenziale di riscaldamento globale di ciclo di vita sia calcolato e reso noto nell’attestato di prestazione energetica dal 1° gennaio 2028 per i nuovi edifici con superficie utile superiore ai mille metri quadrati, e dal 1° gennaio 2030 per tutti i nuovi edifici. La metodologia di calcolo è stata definita da un regolamento delegato europeo e fa riferimento alla norma EN 15978.

Il carbonio di un allestimento di interni rientra in quel calcolo?

Solo in parte. Il valore riportato nell’attestato riflette lo stato dell’edificio come costruito, con un periodo di studio di riferimento convenzionale di cinquant’anni. Gli allestimenti successivi, che nella vita di un edificio direzionale si ripetono più volte, non rientrano in quel numero. Per misurarli occorre una valutazione dedicata, che gli standard professionali di settore prevedono con un orizzonte molto più breve.

I CAM si applicano anche ai lavori negli uffici privati?

No. I Criteri Ambientali Minimi sono obbligatori negli appalti pubblici. Per un intervento privato non costituiscono un vincolo normativo, ma rappresentano il riferimento tecnico più dettagliato disponibile in italiano su contenuto riciclato, mezzi di prova, disassemblabilità e gestione dei rifiuti da costruzione, e possono essere richiamati volontariamente nei documenti contrattuali.

Qual è l’intervento più efficace per ridurre il carbonio di un fit-out?

Conservare. Ogni elemento esistente mantenuto e riadattato — controsoffitti, pavimenti sopraelevati, terminali impiantistici, partizioni — evita emissioni che nessuna successiva scelta di materiale a basso impatto può compensare integralmente. Subito dopo viene il modo in cui i nuovi componenti vengono assemblati: giunzioni reversibili e sistemi a secco determinano se il prossimo intervento sarà uno smontaggio o una demolizione.

Massimiliano Notarbartolo

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