Qualità dell’aria in ufficio e normativa: perché l’aria di una sede si decide nel progetto degli interni

In short: UNI 10339 ritirata, UNI EN 16798-1 e nuove regole indoor dal 2028: come layout, materiali e arredi di una sede determinano la qualità dell'aria.

📅 Settembre 10, 2026  •  ⏱️ 12 min read


Negli ultimi mesi abbiamo trattato uno per uno i parametri ambientali di una sede direzionale: la luce, il suono, la temperatura. Il quarto, la qualità dell’aria, è anche il meno visibile: non compare nei render e raramente entra nel brief con la stessa precisione delle finiture. È però il parametro il cui quadro normativo è cambiato di più negli ultimi due anni. La norma tecnica italiana che per quasi tre decenni ha dettato le portate d’aria è stata ritirata, la norma europea che ne ha preso il posto ha ricevuto la sua appendice nazionale, e uno schema di decreto legislativo oggi all’esame del Parlamento introduce per la prima volta una disciplina specifica dell’aria negli uffici.

Gran parte della qualità dell’aria di una sede dipende, oltre che dall’impianto, dal layout, dalla densità di occupazione, dal modo in cui si chiudono le stanze, dai materiali e dagli arredi che entrano in cantiere: decisioni che appartengono al progetto degli interni e alla sua realizzazione. Questo articolo le esamina una per una, dopo aver chiarito cosa chiedono oggi la legge e la norma tecnica.

Cosa dice la legge sulla qualità dell’aria in ufficio

Il riferimento di legge per gli ambienti di lavoro è il D.Lgs. 81/2008. L’Allegato IV, al punto 1.9.1.1, stabilisce che nei luoghi di lavoro chiusi i lavoratori devono disporre di aria salubre in quantità sufficiente, ottenuta preferenzialmente con aperture naturali e, quando ciò non sia possibile, con impianti di aerazione. I punti successivi aggiungono che l’impianto deve essere mantenuto funzionante, non deve esporre le persone a correnti d’aria fastidiose e deve essere sottoposto periodicamente a controlli, manutenzione, pulizia e sanificazione.

La legge fissa quindi un risultato da garantire, senza indicare quanti litri d’aria per persona servano né quale concentrazione di inquinanti sia accettabile. Per i valori rimanda, di fatto, alle norme di buona tecnica, che dal 2024 sono cambiate in modo sostanziale.

Dalla UNI 10339 alla UNI EN 16798-1: la portata d’aria diventa una scelta di progetto

Per quasi trent’anni il riferimento italiano per gli impianti aeraulici è stato la UNI 10339 del 1995, una norma tabellare: a ogni destinazione d’uso corrispondevano un indice di affollamento convenzionale e una portata d’aria esterna per persona. Il 4 luglio 2024 l’UNI l’ha ritirata senza sostituirla con una norma nazionale equivalente. Il riferimento è diventato la UNI EN 16798-1, la norma europea che definisce i parametri dell’ambiente interno per la progettazione degli edifici. Oltre alla qualità dell’aria tratta ambiente termico, illuminazione e acustica, cioè gli stessi parametri affrontati negli articoli precedenti. Il 13 novembre 2025 l’UNI ha pubblicato l’appendice nazionale, che in Italia sostituisce i valori europei di default con scelte elaborate dal CTI.

Rispetto alla norma precedente cambia anche il metodo. La UNI EN 16798-1 non impone una portata fissa: parte dalla classe di qualità dell’ambiente interno che si vuole ottenere, articolata in quattro categorie. Si va dalla I, qualità alta, alla IV, ammessa solo in casi limitati e motivati; la III è la soglia minima accettabile. A quella scelta si combinano due dati che dipendono dal progetto degli interni: il numero reale di occupanti, ricavato dalla configurazione effettiva degli spazi, e il livello di inquinamento dell’edificio, classificato in funzione delle emissioni di materiali e arredi.

Per le opere pubbliche la scelta della categoria è in parte vincolata dai Criteri Ambientali Minimi. Per una sede aziendale privata nessuna legge la impone, e va quindi fissata nel brief. La qualità dell’aria diventa così un obiettivo che il committente dichiara e che il progetto deve dimostrare di raggiungere.

Molte delle pagine che oggi compaiono fra i primi risultati di ricerca sul tema citano ancora la UNI 10339 come norma vigente. Per chi avvia il progetto di una nuova sede è utile chiedere subito ai progettisti su quale norma, e su quale categoria, è dimensionata l’aria.

Cosa misura la CO2 e cosa dicono gli studi

Quando si parla di aria in ufficio si parla quasi sempre di anidride carbonica, per ragioni pratiche: la produciamo respirando, si misura con sensori affidabili e la sua concentrazione indica con buona approssimazione quanto un ambiente viene ventilato rispetto alle persone che lo occupano. Proprio per questo va letta come indicatore della ventilazione. Da sola non dice nulla delle altre sostanze presenti nell’aria.

Lo studio COGfx della Harvard T.H. Chan School of Public Health, pubblicato su Environmental Health Perspectives nel 2016, lo documenta. Ventiquattro partecipanti hanno lavorato per sei giornate in un ufficio a condizioni controllate, senza sapere quale condizione stessero vivendo. Nelle giornate con basse concentrazioni di composti organici volatili i punteggi di funzione cognitiva sono risultati in media superiori del 61% rispetto alla condizione convenzionale, e del 101% quando alla riduzione dei composti organici volatili si aggiungeva una ventilazione maggiore. Composti organici volatili e CO2 risultavano associati ai punteggi in modo indipendente. Il campione è ridotto e le condizioni erano di laboratorio: i risultati indicano una tendenza e non si trasferiscono come tali a un ufficio reale.

Nel 2021 lo studio Global CogFx, pubblicato su Environmental Research Letters, ha osservato 302 impiegati per dodici mesi in edifici per uffici di sei Paesi. Concentrazioni più alte di particolato fine e una ventilazione più bassa, misurata attraverso la CO2, sono risultate associate a tempi di risposta più lenti e a minore accuratezza nei test cognitivi, a livelli comuni negli ambienti interni. Gli effetti misurati sono modesti in valore assoluto.

Per chi progetta, queste evidenze indicano due leve distinte. La prima è diluire, cioè portare aria esterna in quantità adeguata dove si trovano le persone. La seconda è ridurre le emissioni, cioè limitare alla fonte ciò che entra nell’aria. La prima dipende dall’impianto e dal layout, la seconda quasi interamente dalle scelte di interior.

Dove il progetto degli interni decide la qualità dell’aria

Densità e layout

Nella UNI EN 16798-1 il numero di occupanti è un dato reale, non un indice convenzionale. Ogni scelta di layout, dal numero di postazioni al rapporto fra spazi individuali e collettivi, incide quindi anche sull’aria. Il lavoro ibrido complica il quadro, perché la presenza si concentra in alcuni giorni e in alcuni ambienti invece di distribuirsi in modo uniforme sulla settimana e sul piano. Un impianto dimensionato sulla densità media ventila bene le scrivanie vuote e male le sale riunioni piene. Gli ambienti più critici sono sale riunioni, project room, spazi per la concentrazione e cabine per le chiamate: piccoli, spesso chiusi, con un’occupazione che passa da zero al massimo in pochi minuti.

Partizioni e controsoffitti

La riservatezza acustica porta a scegliere partizioni a tutta altezza fino al solaio e a trattare i plenum sopra i controsoffitti. Ne deriva una conseguenza per l’aria: una stanza sigillata acusticamente non riceve più il ricambio che arriva dagli spazi vicini attraverso il controsoffitto o le porte. Ogni ambiente chiuso deve disporre della propria immissione e della propria ripresa, dimensionate sull’occupazione di picco. I percorsi dell’aria vanno inoltre progettati insieme a quelli del suono, perché griglie di transito e canalizzazioni sono anche vie di trasmissione acustica.

Materiali, finiture e arredi

Il livello di inquinamento dell’edificio, uno degli input della norma, dipende da ciò che il fit-out porta dentro: pitture e vernici, adesivi, rivestimenti di pavimento, pannelli, controsoffitti, sedute e piani di lavoro. Un interno a bassa emissione richiede meno aria per raggiungere la stessa categoria, mentre un interno con molte sorgenti emissive ne richiede di più, con un consumo energetico che dura per tutta la vita della sede. Selezionare materiali e arredi con emissioni dichiarate secondo metodi normati è quindi una delle leve più efficaci del progetto, anche se non si vede. Lo stesso capitolato determina il carbonio incorporato degli interni, e conviene valutare le due questioni insieme.

Edificio multi-tenant e consegna in Cat A

Nella maggior parte delle sedi in locazione l’impianto di trattamento dell’aria appartiene all’edificio, viene consegnato con la Cat A ed è dimensionato su un’ipotesi di affollamento dichiarata dalla proprietà. Il progetto dell’inquilino deve verificare che il proprio layout resti entro quell’ipotesi, oppure negoziare gli adeguamenti prima della firma del contratto. Negli edifici che ospitano più aziende le reti aerauliche sono in parte condivise, e l’aria diventa uno dei temi da regolare con la proprietà e con gli altri conduttori.

Dalla consegna all’uso

Anche un impianto dimensionato correttamente va verificato. Il commissioning controlla, ambiente per ambiente, che le portate misurate corrispondano a quelle di progetto prima che le persone entrino. A questa verifica si aggiunge una fase che il cantiere tende a comprimere: la ventilazione intensiva degli spazi finiti prima dell’occupazione, per smaltire le emissioni iniziali di finiture e arredi nuovi. Protocolli di certificazione come LEED e WELL prevedono verifiche analoghe della qualità dell’aria prima dell’ingresso.

Cosa potrebbe cambiare dal 2028 per gli uffici

Il 4 agosto 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva (UE) 2024/2881 sulla qualità dell’aria ambiente, trasmesso alle Camere il 7 agosto come Atto del Governo n. 435. La direttiva europea riguarda l’aria esterna. Lo schema vi affianca una disciplina nazionale per gli ambienti chiusi che, negli articoli 25 e 26, riguarda strutture sanitarie, edifici scolastici e ambienti adibiti a ufficio, senza sostituire gli obblighi del D.Lgs. 81/2008. L’avvio previsto è il 1° gennaio 2028.

Secondo la ricostruzione degli allegati pubblicata da Edilportale, gli adempimenti ricadrebbero sul datore di lavoro, all’interno della valutazione dei rischi. Il percorso parte da una ricognizione dell’edificio che considera esplicitamente il layout, i materiali di pareti, pavimenti e soffitti, pitture e vernici, gli arredi e le loro caratteristiche emissive, oltre a portate, distribuzione dei flussi e manutenzione degli impianti. Seguono due campagne di misura nello stesso anno, una nella stagione fredda e una in quella calda, ciascuna di almeno due settimane. I risultati si confrontano con valori di riferimento per dieci parametri, che lo schema distingue dai valori limite. Per la CO2 il riferimento indicato è di 1.000 ppm nel singolo campionamento; per la formaldeide, sostanza associata tipicamente a pannelli e arredi, di 10 µg/m³ come media annua. Tra le misure strutturali previste per gli uffici, indipendenti dall’esito delle misure, lo schema indica la preferenza per materiali a bassa emissione e l’opportunità di evitare l’introduzione contemporanea di grandi quantità di arredi nuovi.

Il testo può ancora cambiare nel passaggio parlamentare. Se sarà confermato, le scelte di fit-out entreranno nella valutazione dei rischi: il capitolato dei materiali, la scheda degli arredi e l’ordine in cui questi entrano nella nuova sede diventeranno informazioni necessarie alla ricognizione che spetta al datore di lavoro.

Le domande da portare nel brief di una nuova sede

In pratica, conviene porre cinque domande all’avvio del progetto. La prima riguarda l’obiettivo: quale categoria della UNI EN 16798-1 si vuole garantire e in quali ambienti, considerando che le stanze possono avere categorie diverse. Poi l’occupazione: quale scenario di presenza reale, compresi i picchi dei giorni più affollati e delle sale più usate, è stato adottato per dimensionare l’aria. Quindi le stanze chiuse: come vengono ventilati sale riunioni e spazi di concentrazione senza compromettere la riservatezza acustica. I materiali: quali prodotti e arredi hanno emissioni dichiarate e verificabili. Infine la verifica: come verrà misurata la qualità dell’aria alla consegna e come il progetto predispone la sede ai monitoraggi che il nuovo quadro normativo potrebbe richiedere.

Misurare gli effetti dello spazio sulle persone, invece di presumerli, è l’approccio che ha guidato il progetto UP150, con cui insieme all’Università degli Studi di Milano abbiamo osservato per ventiquattro mesi l’attività fisica delle persone in ufficio. Chi vuole approfondire la ricerca può leggere UP150 MAG; chi sta pensando alla propria nuova sede può parlarne con noi.

Domande frequenti

Quale normativa regola la qualità dell’aria negli uffici in Italia?

Il D.Lgs. 81/2008 impone, all’Allegato IV, che nei luoghi di lavoro chiusi i lavoratori dispongano di aria salubre in quantità sufficiente, senza fissare valori numerici. Il riferimento tecnico per la progettazione è la UNI EN 16798-1 con la sua appendice nazionale pubblicata il 13 novembre 2025. Uno schema di decreto legislativo all’esame del Parlamento, l’Atto del Governo n. 435, prevede dal 1° gennaio 2028 una disciplina specifica dell’aria indoor negli uffici, con valori di riferimento e campagne di monitoraggio.

La UNI 10339 è ancora valida?

No. La UNI 10339:1995 è stata ritirata dall’UNI il 4 luglio 2024 senza essere sostituita da una norma nazionale equivalente. Il riferimento per la ventilazione e la qualità dell’aria interna è la UNI EN 16798-1, che dal 13 novembre 2025 si applica in Italia con i valori della propria appendice nazionale. Le fonti che indicano ancora la UNI 10339 come norma vigente non sono aggiornate.

Qual è il livello di CO2 accettabile in un ufficio?

Oggi la legge non fissa un limite di CO2 per gli uffici. La CO2 è l’indicatore più usato per valutare se un ambiente è ventilato in modo adeguato rispetto alle persone presenti. Lo schema di decreto in esame in Parlamento indica un valore di riferimento di 1.000 ppm nel singolo campionamento. La CO2 da sola non descrive però la qualità dell’aria: composti organici volatili e particolato fine vanno considerati separatamente.

Quali scelte di progetto incidono di più sulla qualità dell’aria di una sede?

Le scelte più incisive sono quattro: la densità reale di occupazione, compresi i picchi del lavoro ibrido; la ventilazione autonoma delle stanze chiuse, come sale riunioni e spazi di concentrazione; la selezione di materiali, finiture e arredi a bassa emissione; la verifica delle portate e la ventilazione intensiva degli spazi prima dell’occupazione. Sono tutte decisioni che riguardano il progetto degli interni e la sua realizzazione.

Cosa cambierà per gli uffici dal 2028?

Se lo schema di decreto sarà confermato, il datore di lavoro dovrà includere la qualità dell’aria indoor nella valutazione dei rischi, a partire da una ricognizione che considera layout, materiali e arredi, seguita da due campagne di misura all’anno confrontate con valori di riferimento per dieci parametri. Tra le misure strutturali per gli uffici sono indicati materiali a bassa emissione e l’opportunità di evitare l’introduzione contemporanea di grandi quantità di arredi nuovi. Il testo è ancora in fase di esame parlamentare.

Massimiliano Notarbartolo

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