Quando il design degli uffici diventa scienza misurabile

Per decenni, il design degli uffici è stato guidato da intuizioni, tendenze estetiche e considerazioni economiche. Un layout funzionava perché “sembrava giusto” o perché riduceva i costi al metro quadro. La soddisfazione dei dipendenti veniva misurata con questionari, le cui risposte riflettevano percezioni soggettive più che effetti reali.

Questo sta cambiando o meglio, è già cambiato. Una nuova generazione di ricerche sta misurando direttamente cosa succede nel cervello delle persone quando lavorano in ambienti diversi. Lo abbiamo fatto anche noi, leggi i risultati della ricerca UP150 sul campo. Non più opinioni, ma dati neurofisiologici. Non più “mi sento più produttivo”, ma “le onde cerebrali mostrano un aumento dell’attività nelle aree associate alla concentrazione”.

Si chiama neuroarchitettura. E sta trasformando il workplace design da disciplina estetica a scienza applicata.

Misurare il cervello al lavoro

JLL, una delle maggiori società di consulenza immobiliare al mondo, ha avviato una collaborazione con EMOTIV, azienda specializzata in neurotecnologie, per studiare come gli spazi influenzano l’attività cerebrale durante il lavoro.

Il metodo è semplice nel concetto, sofisticato nell’esecuzione: i partecipanti indossano dispositivi EEG (elettroencefalografia) mentre svolgono normali attività lavorative. I sensori registrano l’attività elettrica del cervello in tempo reale, permettendo di misurare stati come concentrazione, stress cognitivo, coinvolgimento emotivo.

I risultati ribaltano alcune convinzioni consolidate.

Lavorare insieme la mattina aumenta il coinvolgimento cerebrale del 12% rispetto a lavorare da soli al computer. Il carico cognitivo — la quantità di lavoro che il cervello sta effettivamente facendo — è in media del 10% più alto al mattino rispetto al pomeriggio.

Ma il dato più controintuitivo riguarda il lavoro individuale. I partecipanti hanno mostrato una performance del 18% superiore sui task individuali quando li svolgevano in presenza di colleghi, rispetto a quando erano isolati. Non collaboravano, non parlavano. Semplicemente, lavorare vicino ad altri — anche su compiti completamente separati — migliorava la qualità e la velocità del lavoro.

È un effetto che i ricercatori attribuiscono a una combinazione di accountability sociale e quello che potremmo chiamare “energia ambientale”. La presenza di altri non distrae necessariamente: può sostenere.

Il caso Philips Amsterdam

Un esempio concreto viene da Philips. L’azienda ha riprogettato uno dei suoi hub di Amsterdam basandosi su metriche di neuroperformance — misurazioni oggettive di come l’ambiente influenza l’attività cognitiva ed emotiva.

I risultati dopo un anno: riduzione del 34% dei casi di burnout e aumento del 21% dell’output creativo.

Non sono numeri da questionario. Sono misurazioni di esiti reali: meno persone in esaurimento, più innovazione prodotta.

Il redesign non ha seguito le mode del momento. Ha seguito i dati su cosa effettivamente supporta il cervello umano nel lavoro prolungato.

Oltre l’open space vs ufficio chiuso

Il dibattito tradizionale sul layout degli uffici è binario: open space (collaborazione, ma distrazioni) contro uffici chiusi (concentrazione, ma isolamento). La neuroarchitettura supera questa dicotomia mostrando che il problema non è il tipo di spazio, ma l’assenza di scelta.

Il cervello umano non è statico. Attraversa fasi diverse durante la giornata: momenti di alta attivazione che richiedono stimoli, momenti di recupero che richiedono calma. Un ambiente che offre solo un tipo di setting costringe le persone a lavorare contro la propria biologia per parte del tempo.

La ricerca JLL/EMOTIV ha mostrato che anche il rumore può avere effetti positivi, in certi contesti. Il silenzio assoluto non è sempre ideale. Alcune persone lavorano meglio con un sottofondo — è il principio per cui molti scelgono i caffè per lavorare. Ma il rumore deve essere controllabile, non subìto.

Questo spiega perché alcune aziende stanno sperimentando con soundscape progettati: non musica, ma ambienti sonori calibrati per supportare diversi tipi di attività. È un’applicazione diretta della neuroarchitettura.

La misurazione in tempo reale

Un altro sviluppo interessante viene da MeSpace, azienda che ha collaborato con Neurable, specialista in interfacce cervello-computer, per misurare l’impatto delle workstation ottimizzate sulla performance cognitiva.

Lo studio ha confrontato direttamente l’open office tradizionale con postazioni progettate per offrire controllo su illuminazione, flusso d’aria, privacy visiva e acustica. I partecipanti indossavano cuffie EEG durante normali giornate di lavoro.

I risultati hanno mostrato miglioramenti significativi nelle metriche di concentrazione e riduzione della fatica mentale nelle workstation ottimizzate. Non perché fossero più silenziose in assoluto, ma perché offrivano controllo. La possibilità di regolare l’ambiente in base alle proprie esigenze — un principio che la neuroarchitettura chiama “autonomia sensoriale” — ha effetti misurabili sull’attività cerebrale.

È un dato che ha implicazioni profonde per il design. Non si tratta di creare l’ambiente perfetto per tutti, perché non esiste. Si tratta di creare ambienti che permettano a ciascuno di trovare le condizioni ottimali per il proprio cervello in quel momento.

Implicazioni per la progettazione

La neuroarchitettura non fornisce ricette universali. Fornisce principi basati su come il cervello funziona effettivamente.

Il primo principio è la varietà. Un ambiente efficace offre zone diverse per attività diverse: spazi ad alta energia per collaborazione e brainstorming, spazi protetti per lavoro concentrato, aree di transizione per il recupero cognitivo. Non basta averli — devono essere progettati in modo che il passaggio dall’uno all’altro sia fluido, senza attriti.

Il secondo principio è il controllo. Più le persone possono influenzare il proprio ambiente sensoriale (luce, suono, temperatura, privacy visiva), meglio il loro cervello riesce a entrare nello stato adatto al compito. Le postazioni rigide, identiche per tutti, ignorano le differenze individuali nei bisogni cognitivi.

Il terzo principio è il ritmo. Il cervello non mantiene lo stesso stato per otto ore. Alterna fasi di alta attivazione a fasi di recupero. Gli spazi dovrebbero supportare entrambe, rendendo facile — non solo permesso — staccare, muoversi, cambiare contesto.

Il quarto principio è la presenza sociale calibrata. I dati mostrano che la vicinanza degli altri può migliorare la performance anche su task individuali. Ma la vicinanza deve essere scelta, non imposta. E deve esistere la possibilità di sottrarsi quando serve concentrazione profonda.

Il futuro è misurabile

La neuroarchitettura è ancora agli inizi. Gli studi sono spesso su campioni limitati, le metodologie variano, non tutti i risultati sono replicabili. Ma la direzione è chiara: stiamo passando da “pensiamo che questo layout funzioni” a “i dati mostrano che questo layout funziona”.

Per chi progetta uffici, significa un cambio di paradigma. Le decisioni di design non saranno più giustificate solo dall’estetica o dal costo, ma dalla loro capacità dimostrata di supportare la cognizione umana.

Per chi commissiona uffici, significa poter chiedere evidenze. Non “questo design è di tendenza”, ma “questo design ha dimostrato di ridurre il carico cognitivo e aumentare la concentrazione”.

La scienza del cervello al lavoro esiste. La domanda è quanto rapidamente il settore del workplace design saprà integrarla.

Fonti:
– JLL & EMOTIV — Workplace Neuroscience Studies (Singapore, 2022-2025)
– MeSpace & Neurable — Cognitive Research Study (ottobre 2025)
– Philips Amsterdam Hub Redesign — Mind of HR (aprile 2025)
– Academy of Neuroscience for Architecture (ANFA)

Massimiliano Notarbartolo

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