Il 78% dei leader aziendali dichiara che l’intelligenza artificiale li porterà a riprogettare gli uffici entro i prossimi tre-cinque anni. È il dato di una ricerca Steelcase del 2025, e da mesi circola in ogni report, convegno e presentazione del settore.
Ma prima di ridisegnare planimetrie, vale la pena fermarsi e fare una domanda che pochi sembrano porsi: perché l’ufficio dovrebbe cambiare per l’AI?
Se guardiamo alla storia, la risposta è meno ovvia di quanto sembri. Anzi, è probabilmente il contrario.
La macchina da scrivere non ha cambiato l’ufficio. Nemmeno il computer.
Nel 1870, la Remington produceva in serie le prime macchine da scrivere commerciali. Vent’anni dopo, ogni ufficio ne aveva almeno una. Ma la forma dell’ufficio — grandi stanze aperte con file di scrivanie allineate, orientate nella stessa direzione, come un’aula scolastica — non cambiò. I lavoratori erano seduti. Restavano seduti.
Quando il personal computer entrò negli uffici negli anni Ottanta, accadde la stessa cosa. I monitor CRT presero il posto delle macchine da scrivere sulle scrivanie, ma il layout rimase identico: una persona, una sedia, una scrivania. Lo schermo fu un’aggiunta, non una trasformazione. Il sistema modulare Action Office II che Herman Miller — l’azienda americana di arredo per ufficio che ha definito gran parte del design moderno degli spazi di lavoro, dagli iconici pezzi di Charles Eames fino ai sistemi per open space — aveva lanciato nel 1968, assorbì il computer senza modificare la propria geometria.
Internet, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, non cambiò la forma degli uffici. La cambiò l’economia: le startup della Silicon Valley, con i loro open space radicali, i tavoli da ping pong e i sacchi-poltrona, non stavano rispondendo a un’esigenza tecnologica. Stavano esprimendo una cultura. Una cultura giovane, orizzontale, anti-gerarchica, che rifiutava il cubicolo non perché internet lo rendeva obsoleto, ma perché rappresentava un’idea di lavoro che non riconoscevano più.
Lo smartphone, il cloud, le videochiamate: nessuna di queste tecnologie ha spostato un muro. Il COVID sì — ma non perché era una tecnologia. Perché ha cambiato il rapporto delle persone con il lavoro.
Ogni volta che l’ufficio è cambiato, il motore era culturale.
La Bürolandschaft — letteralmente “paesaggio d’ufficio” — è un concetto nato nella Germania degli anni Cinquanta che ha cambiato per sempre il modo di pensare gli spazi di lavoro. Non nacque da una tecnologia, ma dalla democrazia industriale. Nella Germania del dopoguerra, durante il cosiddetto Wirtschaftswunder (il miracolo economico tedesco), le leggi sulla codeterminazione diedero ai lavoratori una rappresentanza diretta nei consigli di amministrazione. I fratelli Wolfgang ed Eberhard Schnelle, fondatori del gruppo di consulenza Quickborner Team ad Amburgo, tradussero questo principio in spazio: eliminarono la griglia di scrivanie allineate, disposero i tavoli in gruppi organici basati sui flussi di comunicazione reali tra le persone, spostarono gli archivi al centro della stanza come divisori naturali, aggiunsero piante per ammorbidire l’ambiente. L’ufficio diventò un organismo vivo, pensato intorno alle relazioni tra le persone, non intorno alla gerarchia. Il loro primo progetto completo fu per la casa editrice Bertelsmann, nel 1961. Non perché c’era una nuova macchina, ma perché c’era una nuova idea di rapporto tra individuo e organizzazione.
Nel 1968, l’architetto olandese Herman Hertzberger progettò la sede di Centraal Beheer ad Apeldoorn. Il brief era: “Un posto dove mille persone possano sentirsi a casa. I dipendenti devono avere la sensazione di far parte di una comunità senza perdersi nella folla.” La risposta fu un edificio frammentato in cubi modulari di nove metri, collegati da atri pubblici e passerelle: probabilmente la prima “office street” della storia. Nessuna nuova tecnologia giustificava quella scelta. Solo una nuova cultura del benessere e dell’appartenenza.
Robert Propst, l’inventore dell’Action Office per Herman Miller, era un ricercatore eclettico — scultore, inventore, studioso del comportamento umano — non un ingegnere informatico. Il suo libro del 1968, “The Office: A Facility Based on Change”, partiva da una premessa semplice e brutale: “L’ufficio di oggi è un deserto. Prosciuga la vitalità, blocca il talento, frustra la realizzazione.” La sua risposta fu un sistema flessibile di pannelli e superfici di lavoro a diverse altezze, pensato per dare autonomia e movimento al lavoratore. Ma le aziende lo compressero fino a farne il cubicolo da 1,80 x 1,80 metri che tutti conosciamo. Lo stesso Propst, prima di morire nel 2000, definì il risultato “una follia monolitica.”
Il pattern è sempre lo stesso: una nuova visione culturale del lavoro produce un nuovo spazio. La tecnologia ne abilita l’adozione, ma non ne è la causa.
E allora l’AI?
L’intelligenza artificiale generativa sta cambiando profondamente il lavoro. Automatizza report, analisi, sintesi, comunicazione di routine. In molte grandi aziende sono già in corso test per ridurre il lavoro ripetitivo e riallocare le risorse su attività a maggior valore. Si presume meno forza lavoro impiegata in task routinari, e più persone che lavoreranno con l’AI o per l’AI. Se le cose si pareggeranno è ancora da vedere.
Ma pensiamoci concretamente: una persona che usa l’AI per scrivere un documento, analizzare dati o preparare una presentazione — dove lo fa? Seduta. Davanti a un computer. Esattamente come prima.
L’AI non cambia la postura. Non cambia il rapporto con lo schermo. Non cambia la natura fisica del lavoro d’ufficio. Cambia la velocità e la qualità di alcune operazioni, ma il corpo della persona che lavora resta nello stesso posto, nella stessa posizione, per lo stesso numero di ore.
Le previsioni sul fatto che l’AI trasformerà gli spazi fisici sono, nella maggior parte dei casi, proiezioni retoriche. Si assume che una rivoluzione nel software produca automaticamente una rivoluzione nel building. Ma la storia ci dice il contrario: non è mai successo.
Il cambiamento vero è già in corso. E non è tecnologico.
Ciò che sta realmente trasformando gli uffici è qualcosa di molto più profondo e molto più lento dell’AI: un cambiamento culturale nel modo in cui le persone concepiscono il rapporto tra lavoro, corpo e salute.
Per cinquant’anni, l’ufficio è stato progettato intorno a un’unica attività: stare seduti. La macchina da scrivere richiedeva di stare seduti. Il computer richiedeva di stare seduti. Internet richiedeva di stare seduti. L’AI richiede di stare seduti. Nulla è cambiato.
Ma la consapevolezza delle conseguenze di questa sedentarietà è cambiata radicalmente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che l’inattività fisica sia responsabile di un aumento del 20-30% del rischio di mortalità. Nel 2024, il 31% degli adulti a livello globale non raggiungeva i livelli minimi di attività fisica raccomandati. L’ufficio, luogo in cui la maggior parte dei lavoratori trascorre otto ore al giorno in posizione statica, è al centro di questo problema.
E qui sta il vero cambiamento. Non è l’AI a mettere in discussione l’ufficio. È la crescente evidenza scientifica che il modo in cui abbiamo progettato gli spazi di lavoro per un secolo — attorno alla sedia — sta producendo danni misurabili sulla salute delle persone.
La ricerca condotta dall’Università degli Studi di Milano in collaborazione con Progetto Design & Build, pubblicata su MDPI Sports nel 2024 (Signorini et al., DOI: 10.3390/sports12080219), ha documentato in uno studio longitudinale di dodici mesi su 48 lavoratori d’ufficio gli effetti dell’introduzione di protocolli di movimento attivo nello spazio di lavoro. I risultati metabolici sono stati significativi: riduzione dell’insulina del 22,6%, miglioramento del colesterolo HDL del 7,2%, riduzione del cortisolo. Non attraverso app o dispositivi digitali, ma attraverso il design dello spazio e la strutturazione delle attività fisiche al suo interno. Il protocollo è oggi disponibile come UP150, un programma di wellness strutturato per l’ambiente di lavoro.
Questo è il tipo di cambiamento che trasforma davvero un ufficio. Non un aggiornamento software, ma un ripensamento di come il corpo umano vive otto ore al giorno dentro un edificio.
Dalla sedia al movimento: la vera frontiera.
Se dobbiamo parlare di futuro dell’ufficio, non dobbiamo parlare di AI. Dobbiamo parlare di fisiologia.
L’ufficio del Novecento è stato costruito per contenere persone ferme. Ogni innovazione tecnologica — dalla macchina da scrivere all’intelligenza artificiale — ha rafforzato questa stasi, perché ogni strumento si è aggiunto allo schermo, non al corpo.
La vera rivoluzione non è dare al lavoratore un AI assistant. È dare al lavoratore un ufficio che lo faccia muovere. Che integri il movimento nella giornata lavorativa non come pausa, non come benefit, non come opzione volontaria, ma come componente strutturale dello spazio.
Zone a diversa intensità. Percorsi che incentivano il camminare. Superfici di lavoro a diverse altezze. Spazi che alternano concentrazione e attivazione fisica. Questa non è decorazione. È infrastruttura sanitaria.
Ed è qui che il progetto architettonico diventa un atto di responsabilità: verso le persone che abiteranno quello spazio per un terzo della loro vita adulta.
La domanda giusta.
Quando un’azienda si prepara a ristrutturare, ampliare o trasferire i propri uffici, la domanda da porsi non è “Come integriamo l’AI nello spazio?”
La domanda è: quale cultura del lavoro vogliamo esprimere? E lo spazio che stiamo progettando è coerente con quella cultura?
Se la risposta include il benessere fisico delle persone, la qualità dell’aria e della luce, il movimento, la relazione, l’equilibrio tra concentrazione e collaborazione — allora lo spazio cambierà davvero. Non perché lo chiede un algoritmo, ma perché lo chiedono le persone.
E le persone, a differenza dei software, hanno un corpo.
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**Fonti citate:**
Steelcase Research (2025) — 78% of leaders expect AI to drive office redesign
Signorini G. et al. (2024), MDPI Sports — Studio longitudinale UP150, Università degli Studi di Milano / Progetto Design & Build
OMS (2024) — Global status report on physical activity
Propst R. (1968), *The Office: A Facility Based on Change*, Herman Miller Research Corporation
Schnelle W. & E. / Quickborner Team (1958) — Bürolandschaft
Herman Miller — Action Office Design Story
UP150 — Protocollo di wellness per il workplace, Progetto Design & Build


